L'isola non trovata

Il blog è il diario delle mie escursioni in kayak: da solo, con mia moglie o con vecchi e nuovi amici...perchè quando sono stufo delle autorità costituite prendo il largo e me ne vado in posti bellissimi e in altre storie...

giovedì 30 ottobre 2014

Esplorare è questione di prospettiva

In questo mondo ormai globalizzato e omogeneizzato, dove sempre più persone volano con aerei a basso costo in posti sempre più lontani ed "esotici" per poi trovare lo stesso villaggio turistico, le stesse cianfrusaglie made in china, dove i "nativi" recitano se stessi in costume tradizionale al solo beneficio dei turisti che non vogliono tornare a casa senza la foto con il guerriero masai, con l'indio in perizoma, con il tuareg dal turbante blu, il viaggio, l'esplorazione rischiano ormai di perdere significato.


Nella tenuta che fu di Karen Blixen in Africa si vendono magliette con la foto di Robert Redford nel film "La mia Africa", i tour operator specializzati in viaggi avventura sono pronti a portare chiunque, anche chi non si è mai messo un paio di ramponi ai piedi, sull'Everest, basta pagare e la via di salita sarà attrezzata dagli sherpa con corde fisse, scale e bombole di ossigeno.

Lo spam di un'inflazione comunicativa superficiale, a volte idiota, spesso trash, l'eccessiva facilità di spostamento, l'urbanizzazione selvaggia, il millepiedi fatto di autostrade, cemento, nastri d'asfalto, funivie, aeroporti, oltre che rendere superficiali i rapporti tra le persone, hanno reso il globo un posto piccolo e per molti versi banalizzato, una "...palla ormai indicibilmente comoda ove la tecnica ci permette di spostarci veloci, senza fatica, da ogni parte,  ma dove spesso non val la pena di andare perché tutti i posti diventano uguali...e se non difendiamo quanto ancora ci rimane non potranno che restare tanti idioti comodi, tutti uguali...e non sarà un gran peccato se tutto salterà per aria" (Kurt Diemberger)

Così non è più importante dove si va, ma come ci si va e in che prospettiva si vedono le cose.

Fausto De Stefani grande alpinista che ha salito senza clamori e
senza ossigeno tutti gli ottomila della terra sostiene che le stesse sensazioni che si provano in Himalaya si possono provare anche in certi versanti poco frequentati del Monte Baldo.
Senza nostalgie "New Age" penso che occorra davvero riscoprire il viaggio lento, fine a se stesso, magari in solitaria, già, la solitudine, che tanto spaventa l'epoca dei tweets e di facebook, ma che serve a crescere, a riscoprire e mettere alla prova se stessi, a dialogare con la natura, dove l' importante non è arrivare, ma il viaggio stesso, osservare con calma i paesaggi che cambiano, parlare con la gente
senza le intermediazioni e le false rappresentazioni dei mass media, cercando di capire con umiltà il mondo che ci circonda e la sua magnifica e spaventevole complessità.

Viaggiare, esplorare oggi significano cambiare prospettiva, guardare con sguardo diverso.

E per fare questo non occorre sempre e comunque andare lontano, spesso vicino a noi ci sono mondi sconosciuti che attendono di essere svelati, basta solo cambiare mezzo di locomozione, tempo di percorrenza, periodo dell'anno, ora del giorno o della notte.

Anche per questo camminiamo in montagna,
anche per questo navighiamo in kayak.

giovedì 23 ottobre 2014

L'infinito viaggio dell'olandese volante


In un’annotazione di un antico registro navale si legge che nel 1680 una nave delle Indie Olandesi, la Libera Nos, capitanata da Hendrik Vanderdecken, fece vela da Amsterdam verso l’insediamento olandese di Batavia.
Vanderdecken era un uomo spericolato e avventuroso, di pochi scrupoli, temuto dall’equipaggio, spaccone e con una reputazione piuttosto equivoca.
Ma era un formidabile marinaio, sprezzante del pericolo e per questo gli armatori gli avevano affidato volentieri il comando del vascello, nonostante le sue vanterie nelle taverne del porto, dove sosteneva che sarebbe tornato con una immensa fortuna.
Tutto sembrava andar bene mentre Vanderdecken e i suoi uomini navigavano verso sud, nei mari tropicali e soleggiati; ma nei pressi del Capo di Buona Speranza, un’improvvisa e violenta tempesta ridusse le vele a brandelli e danneggiò il timone, costringendo l’equipaggio a lottare duramente per mantenere la rotta e non affondare.
Giorno dopo giorno, Vanderdecken tentò di doppiare il Capo ma invano; il vento strappava vele e sartie dall’alberatura, le parti superiori degli alberi si schiantavano, cadendo in coperta con i pennoni, il ponte era spazzato da ondate gigantesche e la nave rollava minacciando da un momento all’altro di inabissarsi.
Giorno dopo giorno Vanderdecken diventava sempre più furioso.
Fu allora che l''angelo ribelle approfittò dello stato d’eccitazione rabbiosa del comandante, per apparirgli in sogno e proporgli di sfidare Dio a impedirgli di doppiare il Capo.
Vanderdecken, in preda ad una furia cieca, accolse il consiglio: "gridò tra il fragore della tempesta: Sfido la potenza divina al alterare la mia decisa rotta e risoluta destinazione e il nemico Infernale non avrà potere d’impaurirmi, dovessi anche viaggiare fino al Giorno del Giudizio!”
Fu così che Vanderdecken venne condannato ad errare sui mari, ritto sulla poppa, come uno scheletrico fantasma, fino alla fine del mondo.

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